libricity alla Google Launchpad Week Milano

Cari lettori del nostro blog e utenti di libricity, sono passati 3 mesi dal nostro ultimo post e ce ne scusiamo, sono stati mesi intensi di lavoro grazie alle collaborazioni fatte con Bookcity Milano e Più libri più liberi di Roma.

Ripartiamo in grande con il racconto della nostra esperienza al workshop organizzato da Google Italia!

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Google ha lanciato la prima edizione del sua Launchpad Week a Milano tra il 23 e il 27 Novembre e noi di Libricity vi abbiamo preso parte! Occasione davvero molto ghiotta per le startup, perché si tratta di un workcamp gratuito in cui mentors decisi dal team Google Italia si dedicano alle startup selezionate (massimo quindici) per 5 giorni, dalle 9 alle 18.
In questi 5 giorni si vanno ad analizzare cinque diverse aree chiave del progetto, guardando problemi e soluzioni da prospettive diverse. L’idea è quella di portare avanzamenti rapidissimi e decisivi alle startup durante i cinque giorni ed uscire dal launchpad con un programma di sviluppo preciso per ognuna di queste aree. Una sorta di quick accelerator program, potremmo dire, che a Milano si è tenuto presso la bella sede del TAG di via Calabiana, ex storica tipografia della prima versione dei Promessi Sposi.

Il Launchpad è un momento di sperimentazione e di lavoro sul core business della startup. Uno dei requisiti richiesti per essere selezionati, infatti, è stato proprio quello di non avere un business già strettamente definito ma di possedere un prodotto funzionante; in questo modo è possibile assorbire il massimo dai mentor, senza mantenere legami troppo rigidi rispetto al proprio progetto, proprio perché la filosofia di base del Launchpad è quella di imparare e cambiare rotta velocemente (molto velocemente!).

La Launchpad week è iniziata con l’incontro con Adam Berk (@adamberk), esperto in fatto di metodologie lean e di risk management in fasi di startup; Adam è un tipo molto americano, nel senso che è una persona diretta, dalle mente rapida, che capisce subito quale è il punto centrale da analizzare, senza perdersi in troppe filosofie.
Con lui abbiamo fatto un primo esercizio: separati i membri della stessa startup, ognuno doveva scrivere su un post-it in una sola frase una risposta per qeste 5 domande:

  1. Chi sono i clienti?
  2. Qual’è il loro problema?
  3. Qual’è il nostro obiettivo settimanale?
  4. Qual’è il nostro obiettivo da qui a sei mesi?
  5. Qual’è la metrica migliore del nostro progetto?

Confrontare i biglietti dei diversi componenti è stata la prima doccia di realtà per tutti: anche in team piccoli come i nostri, formati da 2/3 persone, le idee e gli obiettivi sono spesso disallineati e confusi. Il passo successivo è stato ripensare alle risposte insieme e infine presentarle a tutti agli altri startupper dal palco. Questo momento di public speaking l’abbiamo ripetuto tutti i giorni ed è stato davvero utilissimo per superare la vergogna che normalmente si ha in situazioni simili, situazioni che succedono spesso quando oltre a sviluppare il progetto lo devi anche andare a proporre e a vendere. Definire, precisare e rendere sempre più chiari e comprensibili i cinque punti concordati insieme è stato il lavoro del pomeriggio, in cui abbiamo analizzato e smembrato le nostre idee e visioni con l’aiuto dei mentor, cercando di eliminare la confusione mattutina e di convergere verso obiettivi comuni e ben delineati. (Nelle risposte è vietato usare termini come “tutti” “entrambi” “grande” e altri troppo generici, tutto deve essere definito in maniera chiara)

Il secondo giorno era dedicato al grande tema di UX e UI (User Experience e User Interface); sotto la guida di Andrew Muir Wood (@muirwd) siamo entrati subito nel dettaglio per vedere tre tecniche specifiche:

  1.  Personas;
  2. Customer Journey map;
  3. Customer Interview.

La prima tecnica serve a costruire profili abbastanza specifici degli utenti, idealizzando degli archetipi e delle tipologie. Nel nostro caso, per esempio, si trattava di profilare un utente/lettore e un libraio: chi è? di cosa ha bisogno e perché? Le personas sono usate prima di avere un prodotto definito e servono a focalizzare il lavoro nella direzione dell’utente, centrare il lavoro sul problema e non sulla soluzione: cosa devo risolvere?
La Customer Journey map è una mappa delle azioni/scelte che l’utente deve compiere per raggiungere un certo obiettivo: nel caso di Libricity, per esempio, un lettore passerà una fase di scoperta del libro che vuole leggere, una fase di ricerca di materiale su quel libro, cui segue una fase sulla decisione di dove comprarlo (online/libreria), una fase di ricerca attiva del libro e infine arriverà al momento dell’aquisto; l’esperienza potrebbe non fermarsi qui, con l’azione che sembra conclusiva dell’acquisto, ma proseguire in modi interessanti, come quando l’utente legge effettivamente il libro o lo regala, raccomanda il libro o la libreria agli amici, o magari passa alla scrittura di recensioni e segnalazione a terzi, ecc. ecc.
Già in questo esempio estremamente semplificato, si nota come grazie a questa tecnica, si possono realizzare mappe che ottengono risultati diversi utilizzando zoom differenti: per esempio, la fase di scoperta può essere a sua volta mappata e scomposta in diverse azioni su diversi canali (recensioni, consigli, tv, radio, articoli, ecc). È importante associare ad ogni fase uno stato d’animo dell’utente: è una fase in cui si diverte? in cui si stressa? Questa cosa aiuta molto nell’ideazione di soluzioni che vadano a migliorare effettivamente la sua esperienza con lo strumento nuovo che si sta progettando.
Il terzo e ultimo esercizio della giornata è dedicato all’intervista di un cliente: l’intervista mira a capire se il lavoro precedentemente svolto corrisponde alla realtà e se ci sono degli elementi ulteriori da prendere in considerazione. Ci sono diverse tecniche per fare le interviste, tutte però fanno riferimento ad una regola d’oro:
porre sempre domande sul passato e sul presente, non nominare mai il proprio progetto né la propria visione del futuro; in questo modo si riuscirò ad avere risposte sincere, utili a fornire una nuova e stimolante percezione del prodotto.

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Il terzo giorno è stato dedicato al marketing, in particolare a vendere la propria idea di fronte a potenziali investitori: è stato il round del famoso pitch. Paul Doran (@dorando) ha fatto una breve introduzione su cos’è un pitch e su come strutturare pitch diversi con fini diversi, dopodiché è stato il nostro (di tutte le startup presenti) momento: uno alla volta ci siamo esibiti in un pitch di un minuto davanti a mentor e colleghi. Dopo ogni presentazione i mentor ponevano domande e evidenziando le criticità del pitch e del progetto. Partendo da questi primi input abbiamo passato il pomeriggio a perfezionare la presentazione, sempre aiutati dai mentor che si sono rivelati molto utili nel proporre nuove visioni e idee su tutti gli aspetti del progetto, dal come trovare utenti, a quale modello di business seguire, a che storytelling usare…
Alla fine della giornata, un ulteriore round di pitch pubblico da un minuto dove mostrare i nostri avanzamenti e miglioramenti rispetto al mattino.

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Un suggerimento per un pitch perfetto direttamente da Paul Doran? Leave them hungry, lascia i tuoi ascoltatori affamati, stuzzicali con la tua idea ma non non spiegargli tutto, invitali ad “abboccare” e farti dare un secondo appuntamento.

Il quarto giorno è stato dedicato alla tecnologia, ogni startup ha spiegato quali sfide e problematiche tecnologiche stesse affrontando e la giornata è passata analizzando le varie scelte tecnologiche insieme ai mentor. Abbiamo ricevuto stimoli e consigli molto interessanti sopratutto per quanto riguarda le tecnologie più attuali, ma per noi onestamente è stata la giornata meno fruttuosa: forse perché il nostro progetto è ancora ad un livello iniziale e per il momento il livello tecnologico non rappresenta ancora una questione problematica.

Il quinto e ultimo giorno è stato l’Industry day:  ben quattro tavole rotonde a nostra completa disposizione con esperti di diversi settori legati all’editoria, in cui si potevano fare domande e chiedere consigli, scatenando una discussione aperta con gli esperti e gli altri ragazzi del tavolo.
In chiusura di giornata, e dell’intero workshop, il pitch finale di fronte agli investitori del programma di Italia1 Sharktank, con gli ultimi consigli da parte loro su quali punti andare a migliorare.

La Launchpad Week è stata una fantastica esperienza, e anche se non tutti gli appuntamenti erano a fuoco con quello che ci serviva al momento, è sempre utilissimo confrontarsi e conoscere le altre persone e le loro esperienze, incontrare esperti del settore e avere i pareri di gente che vede miriadi di micro startup nascere, svilupparsi e/o morire quasi tutti i giorni.
Questa settimana ha messo in risalto moltissimo la questione del “dove siamo e dove stiamo andando”, facendoci riflettere sui punti deboli e critici dell’intero progetto. Libricity nasce da un bisogno, ma si affaccia in un mercato piccolo e purtroppo molto lento. I lettori sono decisamente pochi e i librai, che sono i nostri interlocutori principali, sono lenti a capire e a cambiare il loro lavoro, senza contare che spesso sono ostacolati da barriere non dipendenti da loro (gestionali vecchi, distributori lenti, ecc.). Tutto ciò rappresenta un problema per la raccolta di investimenti:
mercato piccolo = poco interesse in termini di profitti;
mercato lento = alto costo di accesso
A casa dopo la Launchpad Week ci portiamo anche tre interessanti punti di sviluppo, su cui focalizzeremo il nostro lavoro nei prossimi mesi:

  1. Aumentare la base utenti: capendo chi sono e come possiamo raggiungerne altri;
  2. Diffondere il servizio: attraverso api esterne per cui diventa fruibile da piattaforme terze, cosa che stiamo testando già con la rivista Il Libraio;
  3. Misurare l’effettivo impatto di libricity: quanti libri sono stati venduti grazie alla app?

Questa è stata la nostra esperienza, molto razionale e analitica, utilissima per identificare i problemi e pensare molto rapidamente a come risolverli, e ci siamo già messi all’opera! E voi, cosa ne pensate?

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