Libreria Militare (Indipendenti 9)

Cari lettori, stiamo migliorando la piattaforma web di libricity, in settimana inizieremo i test per poi metterla online entro fine mese. Vogliamo rendere più efficace l’esplorazione dei cataloghi delle librerie e la scoperta di nuovi libri dentro le librerie. Stiamo anche sviluppando diverse partnership di vario tipo, ad esempio con il gestionale WinVaria per semplificare il lavoro ai librai che utilizzano quel gestionale. Crediamo infatti che le librerie trarrebbero grandi vantaggi se i gestionali si aprissero a collaborazioni con progetti come il nostro.

Dopo queste brevi notizie, veniamo alla nona puntata della nostra rubrica dedicata alle librerie indipendenti con Angelo Pirocchi che ci presenta la Libreria Militare (via Morigi 15, ang. via Vigna, Milano, sito e pagina Facebook).

Libreria Militare

Cos’è la Libreria Militare?

La Libreria Militare nasce nel 1997 come grido di dolore nei confronti dell’accademia, all’epoca eravamo due ricercatori universitari con una “gloriosa” carriera accademica davanti e abbiamo deciso di fare una cosa che nei nostri piani avrebbe occupato il tempo libero e invece è diventata una professione. E più diventava una professione più non andavo d’accordo con il mio socio di allora, poi sostituito dal mio attuale socio, Federico Peyrani. Il lavoro del libraio visto da fuori sembra una cosa molto intellettuale ma al 99% è lavoro fisico e attenzione, pignoleria, puntualità. Fare i pacchi, fare le rese… La percezione che le persone hanno verso il lavoro del libraio è assolutamente diversa da quello che è effettivamente il lavoro.
L’idea che ci ha fatto partire era quella che non riuscivamo a trovare libri che ci piacevano, eravamo tutti appassionati di temi militari e in Italia all’epoca non c’era una libreria dedicata e quindi noi dovevamo comprare all’estero, e all’epoca voleva dire andare o in Inghilterra o negli Stati Uniti fisicamente o fare degli ordini su cataloghi cartacei, non c’era praticamente online e c’era la ricerca del catalogo, dovevi conoscere il venditore, e informarti tramite le riviste ecc. Insomma old economy allo stato puro.
E l’abbiamo presa come una sfida perché non eravamo sicuri che ci fossero tante persone come noi, però eravamo decisi ad aprire una libreria specializzata perché volevamo fare della nostra passione una professione e utilizzare le nostre competenze. La libreria, pian piano, si è strutturata in ambiti che all’inizio non erano evidenti, ad esempio nei libri di supporto al modellismo, per le forzre dell’ordine, per gli appassionati di tiro. All’inizio, venendo dall’esperienza accademica, eravamo partiti “alti” con la geopolitica, la strategia, poi abbiamo visto che il nostro pubblico è estremamente segmentato e non è onnivoro: ognuno ha le sue passioni, talvolta molto di nicchia. Ma il bello della libreria è che trovi la somma di tutte le passioni.

Infatti, la prima volta che sono venuto qui ho notato pure moltissimi titoli di storia.

Sì, questo perché in Italia c’è stato per anni questo vezzo intellettuale di considerare la storia militare come una storia deteriore, quindi da combattere. Mentre all’estero esistono libri sulla storia militare, per esempio sul Seicento e sulla Guerra dei trent’anni, in Italia i libri sono sempre di storia sociale o nel caso sporadico di geopolitica e relazioni internazionali. Insomma non sono legati alla storia militare.
Poi c’è anche un problema culturale: da anni c’è questa predilezione per gli autori francesi, quindi il combattere la cosidetta histoire bataille, come dicevano loro, e quindi fare la storia del particolare, dell’artigiano in un periodo determinato, insomma la storia sociale. Invece la storia militare pura è la summa di tutte le storie, per avere una storia militare devi avere sì una storia delle battaglie ma devi avere anche quella economica – perché come diceva Montecuccoli per far la guerra ci vogliono 3 cose: denaro denaro e denaro – e c’è la parte sociale perché devi sapere come arruolare le persone, quanta gente lasciare a casa a lavorare e quanta portarne al fronte e chi lavora cosa fa ecc. Inoltre c’è la parte teologica o di diritto (nel senso di guerra giusta o ingiusta), infine c’è la parte tecnologica. Vedendola da “militaristi” con molte virgolette la spinta delle guerre al progresso e allo sviluppo tecnologico è sempre stata vincente, perché chiaramente i militari hanno budget altissimi. Molti ignorano che internet è in realtà una creatura militare, il progetto Arpanet è stato creato per sopravvivere all’attacco nucleare sovietico. Molti dei progetti militari di innovazione sono poi diventate fonti di estremo guadagno (e anche di mutamento della società).
Quindi dal nostro punto di vista la storia è essenzialemnte militare, perché comunque quello che siamo lo dobbiamo alla stratificazione, nel bene e nel male, delle guerre e delle tecnologie conseguenti alle guerre. Quindi la chiave di lettura per noi è militare, in questo senso ampio.

Dicevi che il vostro pubblico è molto variegato.

Certo, ad esempio abbiamo persone appassionate di Roma antica che amano vestirsi da romani e vengono con l’armatura. Anzi alcuni per lavoro, altri per passione fanno quello che si chiama rievocazione.
Poi in Italia c’è molto medievale perché qualsiasi paese ha avuto un corso medievale quindi tre o quattro persone rievocano il mercato medievale con mercante, prostituta, prete e così via.
E ci sono i napoleonici per esempio che a Waterloo rievocano la battaglia. Adesso sta molto andando il Settecento. Insomma, come vedi già solo tra i “rievocatori”, le passioni sono tante.
Poi ci sono i collezionisti, gli appassionati di mezzi e di armamenti, i modellisti, gli operatori della sicurezza, talvolta anche costumisti e designer di moda.

Libreria Militare

Siete una libreria più di catalogo che di novità, vero?

Diciamo così: siamo una libreria dove le novità diventano catalogo.

Ma non seguite la frenesia delle novità e rese continue.

No, secondo me la grande differenza e il punto su cui combattiamo molto come librerie indipendenti è che il libraio non dovrebbe guardare solo alla rotazione o alla permanenza del libro sullo scaffale. Noi teniamo un libro che ci connota anche se lo vendiamo raramente, per comunicare che su quell’argomento siamo preparati. Spesso e volentieri il libro molto venduto è sconsigliato da noi, chiaramente è dedicato alla massa del grande pubblico, mentre i nostri appassionati spesso e volentieri ne sanno più dell’autore del libro di massa…

Cosa fate per coinvolgere il cliente?

Non facciamo attività per via dello spazio e della collocazione infelice in una zona di affari dove da una certa ora non c’è nessuno.
Il problema di avere clientela specializzata è che è sempre più difficile da servire perché se al primo incontro posso darti un libro generico sulle uniformi tedesche, poi ti specializzi su un reparto, poi su un determinato periodo dopo un po’ hai tutto quindi trovare quello che ti interessa è un’impresa. Ma i nostri clienti sono una fonte preziosa di informazioni e ci dicono “guarda che c’è un autore sconosciuto nell’Alto Trentino che ha fatto un libro sugli Arditi con il piccolissimo editore”, e noi lo procuriamo.
Cerchiamo inoltre di lavorare non con il conto deposito ma comprando i libri e impegnandoci a fare bene il nostro lavoro e vendendolo, quindi. Sono convinto – e qui parlo come editore -che se ti do il libro in deposito lo tieni una settimana ma poi ci sarà un’altra novità e il libro dell’editore finisce in uno scaffale a tre metri d’altezza… Noi facciamo diversamente, avendoli pagati. Non è che costringiamo i clienti, però quello che differenzia un libraio da un commesso o da un sito internet è che io interpreto il libro e lo metto in collegamento con il cliente. E al cliente ci tengo, nel mio lavoro è meglio sconsigliare un libro e fare un cliente felice perdendo una vendita immediata piuttosto che incassare dei soldi e avere una persona che mi dice “guarda che scemenza mi ha venduto questo”. Purtroppo il self publishing e il pressapochismo di vari editori italiani e anche stranieri porta a seguire la moda, adesso c’è la moda del centenario della Grande Guerra e ci sono centinaia di pubblicazioni mediocri. E magari il libro interessante non si vede perché è soffocato dall’offerta.

Uno dei problemi maggiori del mercato editoriale è l’offerta troppo ampia?

L’offerta è troppo ampia rispetto alle capacità di lettura degli italiani, se stiamo ai numeri. Chiaramente i miei clienti non sono il lettore tipo, leggono molto di più, non perché noi siamo “culturali” ma perché siamo specializzati, quindi certe volte ho più difficoltà a trovare il libro giusto per il cliente che a trovare il cliente per il libro.
Come tutti i librai indipendenti quando vedo un titolo di un libro mi vengono in mente le facce delle persone che possono essere interessate, e più sono esperto e più sono bravo tra virgolette più ci piglio. Poi ci sono gli errori, poi ci sono dei libri che mi piacciono che non incontrano, ma questo è appunto il mondo dei libri.

Mi parli dei clienti che hai già, come ne trovi di nuovi?

Partecipiamo alle fiere specializzate, dove ci sono sempre persone che ancora non ci conoscono. Stiamo provando la vostra libricity, stiamo lavorando all’interno della LIM (Librerie Indipendenti Milano) per proporci. Certo il concetto di “militare” ad alcune persone dà una impressione negativa ma noi crediamo in quello che facciamo, e non dobbiamo per forza piacere a tutti…

A parte la sovrabbondanza di titoli stampati ogni anno, quali sono gli altri problemi in una gestione di una libreria indipendente?

Con la crisi c’è stato un incattivirsi dei rapporti tra tutti i pezzi della filiera.
Siamo arrivati ad un livello tale per cui l’editore vede il libraio come nemico, il distributore vede l’editore come nemico che gli rompe le scatole perché deve fare i numeri e vede il libraio come nemico perché gli mangia un po’ il margine, non gli vende i libri, ha un sacco di rese e un mucchio di pretese. Inoltre c’è un’eliminazione violenta degli agenti che una volta erano l’anima dell’editore: io parlavo con un agente e per me lui era l’editore. Questa è una cosa che gli editori faticano a capire: il libraio giudica l’editore dal suo agente.
Infine la maggior parte dei grandi editori fa i libri o decide di fare dei libri spinto dal marketing: faccio il libro e lo devo vendere come un prodotto. Non è che faccio un libro perché ho un motivo di farlo, e quindi l’operazione diventa anche una operazione di marketing. È come se ti vendessero una scatola di pelati.

E come ti sembrano i rapporti tra librerie?

Se ti vedi solo come concorrente ci sono migliaia di occasioni o presunte tali per sgarbi e dissidi: il tale autore prima veniva da te, poi è andato a fare la presentazione dall’altra libreria, e insomma sono cose che da indipendente ti fanno arrabbiare… Conoscendosi vedi che ognuno ha i suoi difetti ma anche i suoi pregi, e se collabori con le altre persone ottieni collaborazione. Il vantaggio dell’associazione, della LIM, è appunto questo sistema virtuoso di cooperazione e collaborazione. Nella LIM ci sono ovviamente differenze tra i soci ma siamo d’accordo sul far conoscere il lavoro del libraio indipendente e cercarlo di spiegare al pubblico, spiegare ad es. che se non posso fare lo sconto è perché ho margini risicati, ma ti offro anche un servizio aggiuntivo.

Ma secondo te al pubblico interessa?

Credo che ad alcune parti del pubblico interessi, se provano a venire da noi capiscono che la differenza che il mancato sconto viene coperto e compensato da altre cose. Mentre è chiaro che se uno parte a freddo dal prezzo è impossibile.

Penso che il libraio torni a essere un filtro necessario, ma al lettore forse non interessa se sei indipendente. Forse vuole sapere se sei un buon filtro, gli interessa un servizio da mostrare nell’attività non spiegato a voce. Ma questa è solo una mia riflessione.

Certo, capisco bene. E per noi indipendente vuol dire proprio questo. Adesso, nonostante la crisi, nella LIM siamo 28 associati, siamo aperti, facciamo cose. Noi non facciamo attività anche perché abbiamo un pubblico molto parcellizzato e se faccio attività sul medioevo parlo con uno su cento dei miei clienti, faccio attività sull’Afghanistan parlo con un altro su cento, quindi preferisco fare attività ad esempio all’interno di Bookcity o letti di notte, collaborazioni con il CAI, insomma sfruttare una cornice già esistente per proporre le mie cose. Però le altre librerie fanno anche tre eventi a settimana, io li ammiro moltissimo: è un lavoro mostruoso! Ammiro molto le librerie di quartiere perché stanno diventando un punto di riferimento di vita vera e sociale nei quartieri, e questo è importante. Io non lo sono perché i miei clienti non sono di questo quartiere. Insomma se è vero che al cliente non interessa il concetto dell’indipendenza, noi dovremmo riuscire a comunicare che indipendenza è servizio al cliente.

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Cosa ne pensi della tecnologia e dell’editoria?

Nessuno ha ancora capito cosa è un libro elettronico, al momento esiste una versione elettronica di un libro cartaceo. Il libro digitale è un’altra cosa, i libri per bambini ci stanno arrivando, 2.0, 3.0 secondo me il libro digitale sarà il 5.0, quando sarà tutto integrato – canta, ride, balla e fa gli scherzi, insomma. E il problema non è se uno leggerà cartaceo o digitale ma se uno leggerà o no.
Il problema dell’online è che manca l’autorevolezza, nei milioni di opere di self publishing ci sono sicuramente delle perle è che devi scovarle…

E cosa pensi di libricity?

Mi piace molto l’idea della localizzazione e l’approccio che per una volta è a favore delle librerie. Mi piace che siete giovani e capaci. Secondo me va ampliato, non va lasciato al solo titolo e autore e bisogna slegarlo dall’isbn. Io ad es. ho dei libri di piccoli editori che non hanno isbn.
Mi piace anche l’approccio e mi piace come vi muovete, insomma. Sinceramente son convinto che non sarà facile per libricity portare un vantaggio, insomma è uno degli strumenti: se uno cerca un libro in una libreria e per caso anch’io ce l’ho ecco gli vengo proposto, questa è la visibilità maggiore.
Temo però che possa venire usato al contrario, cioè per sapere i libri che non ci sono in libreria e non quelli che ci sono. Un cliente dice “fammi vedere se ce l’hanno alla Libreria Militare, ah non ce l’hanno…allora non ci vado”. Ed è un peccato, perchè in una libreria c’è sempre qualcosa da scoprire, qualcosa che non sapevi nemmeno che esitesse e che non penseresti mai a cercare online.
Credo che il meccanismo sia basato sul fatto che essendo giovani come prima partenza usate la app o il computer per cercare una cosa. Certo oggi la tecnologia è pervasiva e viene usata anche dai meno giovani: una volta accendevo la televisione e adesso arrivo a casa e accendo il computer, e guardo Facebook piuttosto che le mail, insomma è cambiato il sistema.
Quindi bene libricity ma al massimo mi porta in libreria il cliente che sta già cercando un libro. Il problema è far leggere la gente, io me la gioco sulla mia capacità di stabilire relazioni e dare un plus al cliente. E devo comunicare questo problema, che libricity non può risolvermi da sola, ovviamente. Però se mi intercetta uno che dice “l’altra libreria che ha il libro che cerco è a 2 km e la Libreria Militare a 200 mt” magari il fatto di acchiapparlo e portarlo dentro, magari scatta qualcosa…

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